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Lo sgradito ritorno dei dialoghi surreali 

È un pezzo che su questi schermi ti lamenti della collega nuova. Tu non hai pazienza, si sa, la gente con le sue domande ti secca, lei ti sembra di una lentezza esasperante e soprattutto a te non sembrava di essere così quando stavi imparando. Oltretutto non è mica una neoassunta che deve imparare tutto. Avrà dieci anni più di te, viene da un’altra struttura di comunicazione aziendale, dovrebbe sapere come si lavora. Però siccome lo riconosci che hai un brutto carattere, a volte pensavi di essere tu quella nel torto. Invece i due esempi seguenti ti dimostrano che “non sei tu, è lei”.

Ieri la tua capa l’ha portata con sé ad un appuntamento. Tu non sei stata coinvolta, il che significa che l’attività non la dovrai seguire. Di ritorno dalla riunione lei comincia a raccontarti di cosa si tratta e a chiederti cosa deve fare. A parte il fatto che finora ha fatto tre cose, tutte uguali e ancora ti chiede, tu hai cominciato a farle delle domande per inquadrare la situazione. Lei non aveva le risposte e ha commentato: “Lo sapevo che saresti dovuta venire anche tu!”. Ma porca miseria, si aspetta che tu la segua dappertutto per occuparti di lei come se fossi un’insegnante di sostegno? Se non ha capito qualcosa non può chiedere alla vostra capa, che era con lei, invece di aspettarsi che tu la imbocchi in tutto?

Ma il peggio l’ha toccato stamattina. “Nelle mail che mi hai mandato c’è qualcosa che devo fare io?” Ti domanda. Tu lì per lì sei presa alla sprovvista: la metti in copia in tutto, sperando che prenda familiarità con le attività: “non saprei, non mi pare, perché?” E lei: “Perché in quel caso le leggo”.

Tu così non ce la puoi fare. Ti dichiari sconfitta. Pensi che d’ora in poi avrai meno riguardi.

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Dolcetto o sgarbetto?

Avevi appena finito di meravigliarti per tutta la tenerezza da cui sei circondata che sei immediatamente stata smentita.

Mercoledì eri a casa sola, pioveva, eri di cattivo umore, ti sei messa a fare i biscotti. Sono inaspettatamente venuti buonissimi, li hai portati al lavoro. Hai scritto al Cucciolo se voleva scendere ad assaggiarli. Certo che è sceso, facendoti anche grandi complimenti. Hai insistito perché ne portasse uno anche allo Scontroso. Ti saresti aspettata almeno un grazie, invece niente. Va be’, è così, lui è lo Scontroso, è il cattivo della storia, non è che ti abbia stupito. 

Dopo pranzo il Cucciolo ti ha scritto di nuovo, per ringraziarti ancora, dirti quanto gli erano piaciuti. “Sono piaciuti anche allo Scontroso”, ha aggiunto. “Poteva anche dirmelo lui”, hai commentato tu e secondo te si capiva che sbuffavi. Comunque gli hai detto che ne erano rimasti, se voleva scendere ancora. È sceso a prenderne uno per sé e gliene hai fatto portare uno ad un’amica che sta al suo piano (lei sì che ti ha ringraziato). Poi però è uscito di nuovo senza salutare. Non sarebbe una novità, se non fosse che oggi è a Vienna per il torneo e almeno un saluto ci sarebbe stato. Che fastidio.

Quando sei uscita, hai incontrato lo Scontroso nel cortile. “Grazie per i biscotti, erano buonissimi, sei una cuoca provetta”, ti ha detto con quella sua voce bellissima che smuove gli ormoni (peccato solo per l’inflessione troppo periferica, magari un bel corso di dizione?), venendoti incontro e praticamente accompagnandoti fino all’ingresso della metro. Va bene, ascia di guerra sotterrata. Per ora.

La sera, per darti il colpo di grazia, a casa hai scoperto di dover rinunciare alla domenica già programmata da giorni con l’amica S., perché Stear aveva ceduto al ricatto di sua madre, che voleva andare fuori a pranzo con voi domenica.

Insomma, un assedio di uomini che si rimangiano la loro gentilezza. Un nervoso tale che hai fatto fatica ad addormentarti.

Stamattina mentre facevi lo slalom tra una call e l’altra, che praticamente tutto il pianeta voleva parlare con te, il Cucciolo ha cominciato a scriverti. Ti è venuto un nervoso tale che saresti andata a Vienna apposta per menarlo. L’hai lasciato marcire senza risposta per quasi un’ora, prima di ricominciare il vostro solito chiacchiericcio. Era solo, evidentemente annoiato. E anche oggi è andato via senza salutare. Pensavi sarebbe tornato dopo pranzo, invece no. Neanche ti ha scritto: “Buon weekend”. Ma che, si fa così?

Alla faccia della gentilezza che ti sembrava troppa. Ma ti avanza il resto, semmai.

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Momenti di lucidità 

“Now, you’re so cute, I like your style and I know what you mean when you give me a flash of that smile, but boy you’re only a child. Well, I could dance with you honey, if you think it’s funny, does your mother know that you’re out? And I could chat with you baby, flirt a little maybe, does your mother know that you’re out?”

(Does your mother know – Cast of Mamma Mia) talmente azzeccata che il testo avresti pure potuto postarlo tutto.

C’è una cosa che ancora non hai raccontato. Venerdì scorso il collega giovane ad un certo punto ti ha scritto: “È il mio compleanno, ti va di salire a mangiare una brioche?” Certo che sei salita, auguri e baci e lui che ti toglieva le briciole dal vestito. “Allora, si può sapere quanti anni compi?” “Ventinove”. Bene. Sei sicura che in quel momento ti si sia crepata la faccia. Avresti voluto che il pavimento si aprisse e ti precipitasse da dove eri venuta (sono quasi esattamente sopra di voi, dici sempre che potresti battere sul soffitto con la scopa per chiamarli). Invece sei rimasta lì, con un’espressione di legno a fare conversazione, a chiedere come avrebbe festeggiato eccetera. Più tardi, quando sei tornata al tuo posto ti ha scritto: “Mi ha fatto veramente piacere che sei passata”, che così ti si sono pure cariati i denti.

Ci sono giorni come oggi in cui ti guardi da fuori con disincanto e ti domandi cosa diavolo stai facendo. Ti stai rendendo ridicola. Lui è un ragazzino e tu una signora sposata. Ti guardi allo specchio specchio e vedi tutta la tua età, le rughe, le magagne. Ti trovi vecchia e brutta e pensi che non sia oggettivamente possibile tutto questo. Ci deve essere un equivoco. Stai fraintendendo. Si è affezionato a te come a una sorta di sorella maggiore indulgente e spiritosa, che lo fa tanto ridere. 

Giovedì sareste dovuti andare a prendere l’ultimo caffè che gli devi, ma all’ultimo non ha potuto. Niente di male ovviamente, ma adesso ti aspetti che sia lui a ricordartelo. Hai come il sospetto che finirai per lasciargli un sospeso al bar.

Ieri sera, puntuale come una cartella esattoriale, verso le sette ti ha scritto: “che ci fai ancora online a quest’ora?” Avete chiacchierato un po’ del più e del meno: programmi per la serata, cinema, the, pizza, cose così. Niente battute da caserma o frasi che fingi di non aver letto. Dovrebbe essere sempre così. Come glielo spieghi?

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Le cose che non ti ho detto 

Oggi ha seriamente meditato di ammazzare il giovane collega. Lui e l’altro scontroso. Per lavoro. Ti sei accorta di un errore nel conteggio dei giorni che mancano alla fine del concorso, errore in bella mostra nella homepage del sito che hanno sviluppato appositamente. Hai scritto due righe in cui si capiva che eri arrabbiata, tant’è che nemmeno il collega scontroso ha avuto da ridire: c’era un rilascio per fortuna già previsto, per domani dovrebbe essere tutto risolto.

L’imprevisto ha portato con se una coda di chiacchiere non preventivate e anche se tu all’inizio eri parecchio sulle tue per il nervoso, siete finiti a parlare di té e tisane, con un entusiasmo da parte sua che non ti saresti aspettata. “Non conoscevo questo lato di te!”, ha commentato garrulo. A parte che semmai questa era una cosa che avresti potuto dire tu a lui (chi ha mai visto una donna senza tisane?), il tuo primo pensiero è stato: “ho un sacco di lati” e subito dopo: “noi non sappiamo niente l’uno dell’altra”. Ti sei guardata bene dal dirglielo, ovviamente.

Allora hai provato ad elencare, a caso, le cose che non sa. Che i tuoi genitori non vivono più insieme e che abitate tutti e tre in tre regioni diverse. Che adori i gatti, ma non sai se ne avrete mai più uno. Che passi le ore a guardare su YouTube delle tipe che ciarlano di make-up. Che vorresti andare a vivere a Lisbona. Che i tuoi romanzi preferiti sono tutti un concentrato di cinismo (tranne uno). Che detesti i luoghi affollati e la gente chiassosa. Che ti piacciono i deserti. Che ti piace un sacco andare per mostre da sola (ma anche con certe tue amiche). Che compri troppi rossetti. Continuare a piacere. Chissà quante altre cose come queste tu non sai dì lui. Ti piacerebbe fare un lista e scambiarvela, ma non solo con lui, con altre persone che ti stanno a cuore, sarebbe bello, di tanto in tanto arrivare con un foglietto con sopra scritte alcune cose di sé da affidare agli altri per riceverne di simili in cambio.

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Non sarebbe ora di finirla?

– Nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente. Vuole sempre portarsela a letto.

– Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?

– No, di norma vuole farsi anche quella.

(Harry ti presento Sally)

Le cose sono meno gravi di quello che sembrano quando le scrivi qui. A scriverle la falegnameria cerebrale ingigantisce e sembra che siate in piedi sull’orlo del baratro in una scena genere Cime Tempestose. Nella realtà c’è ben più di un piano di scale a separarvi: c’è la consapevolezza, più o meno cosciente, che questa faccenda si ferma qui, ai confini nei quali è stata messa e non ne uscirà, a meno di improbabili imprevisti.

Tuttavia ti arrabbi. Ti arrabbi, come già detto, con te stessa, per aver fatto crescere la faccenda al di là della tua capacità di gestione e mediti di mettere paletti, di non scrivergli più, di tenere le distanze. Senti già le risate pre-registrate in sottofondo.

Man mano che la vostra conoscenza si approfondisce, scopri lati del suo carattere che non avresti potuto prevedere, che ti lasciano perplessa e smorfiosa mentre lui te li rivela con candore, quasi con soddisfazione.

Ieri mattina, per la prima volta, gli hai scritto tu per prima non per una cosa di lavoro. Lui ti ha risposto con un entusiasmo tale da esaurire i punti esclamativi. E tu hai sempre in mente quella frase di “Harry ti presento Sally”, quella cosa che disse anche la proprietaria della libreria dove fai il gruppo di lettura (è stasera! è stasera!), che un uomo non è mai gentile con una donna senza un secondo fine. Ma se invece non fosse vero?

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La lontananza

Oggi era l’ultimo giorno di lavoro prima delle ferie del collega un po’ scontroso. Ti ha detto: “ci sono fino alle due”, invece quando sei uscita dall’ufficio, alle sette, hai visto che era ancora collegato. Poveretto. E’ successa una cosa strana: gli avevi chiesto una cosa e lui ne ha fatta una metà, allora gli hai spiegato come invece la volevi fatta e nella mail hai aggiunto: “ne parliamo quando vuoi”, ma era una stupidaggine, davvero. Invece quando si è liberato ti ha scritto: “Sali da me?” che avresti voluto rispondergli: “a fare?”, ma tanto eri in sede e quindi non potevi, perciò avete risolto al telefono.

Ti ha fatto strano però, perché con l’altro, tutti picci-picci per ore in chat senza nemmeno chiamarvi, figurarsi vedervi e con questo invece, chieste tre cose e due volte che ti dice di passare di persona (la seconda tra l’altro veramente superflua).

L’altro, a cui dovrai trovare un soprannome se andrai avanti a parlare di lui in questo modo, torna lunedì. Non sai come prenderla. La lontananza in effetti ha aiutato. Non sogni più che ti sbatta contro un muro. Ma proprio per niente. E pensi anche che anche a lui sarai uscita dalla mente, se mai ci sei stata (e comunque di certo non in maniera sentimentale o che ne fa le veci). Ti verrebbe voglia di lasciar perdere, di non scrivergli più, ma hai ancora bisogno di lui per lavoro e temi che potrebbe riprendere la vostra allegra conversazione di prima della sua partenza, ma in maniera finta, non funzionante, forzata. Lascia perdere. Sarai anche diventata una gattamorta nell’ultimo mese, ma non sei cambiata negli ultimi dieci anni: quando ti accorgi che una persona ti piace ti dai alla fuga.

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E comunque…

… l’ortografia è la tomba dell’amore.

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