Archivi del mese: maggio 2013

I tuoi suoceri sulle domande importanti della vita

Il seguente dialogo ti è stato riportato da Stear, tu non eri presente.

Madre di Stear: “E adesso che andate via come fate con la gatta?”
Stear: “La portiamo da una cat-sitter”
Padre di Stear: “Ho capito! Mi toccherà andare io a darle da mangiare”
Stear: “No. La portiamo dalla cat-sitter, sta là. Ci pensa lei, voi non dovete fare un bel niente.”
MdS: “Ma come l’avete trovata?”
Stear: “Con internet”
MdS: “Ah. Ma questa qui… è una single?”

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E’ contagioso?

Avevi in mente un post lunghissimo su cosa fosse successo all’Inter e a Stramaccioni, ma non hai tempo di scriverlo. Ad ogni modo, poiché conteneva solo domande e neanche una risposta, nemmeno cialtrona, non avrebbe avuto successo tra i frequentatori caciaroni dei Bar Sport nazionali, quindi fa niente.
Quello che non smetti di domandarti però è se può succedere a tutti, di fare una gran figura da primo della classe e poi inciampare, cadere e continuare a incespicare. Perché non c’è dubbio che lui avesse cominciato benissimo. Lui e Montella, così giovani e così brillanti. I derby vinti, l’ottima partita col Torino studiata passo passo, la vittoria contro l’imbattibile Juventus costruita a tavolino e messa in pratica in maniera impeccabile, tanto che sarebbe potuta diventare un benchmark, se poi non.
E poi il declino, che si trasforma rapidamente in una slavina e finisce con un tonfo. Ad un certo punto si sapeva solo perdere. Contro tutti. E gli infortuni e le ragioni tenute su coi puntelli.
Non te lo spieghi, come sia potuto succedere.
Sembra uno studente che al primo quadrimestre ha preso voti altissimi e sembrava il secchione della classe. E che però copiava soltanto e se viene spostato di banco non ottiene più neanche un 5/6. Sarà così che è andata?

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Il tuo fidanzato

Con l’espressione “il tuo fidanzato” (e per il collega uomo “la tua fidanzata”) in ufficio tendete a definire le reciproche controparti lavorative con le quali volenti o nolenti avete spesso a che fare. Dai supermanager che si presentano a tutte le ore mendicando appuntamenti (si parla di lavoro eh, non di tete-a-tete) a tremende mezzecalze che promuovono i loro progetti dei poveri cercando visibilità che non meritano, da brillantoni a peggio deficienti, tutti voi siete pieni di “fidanzati”.
Il tuo ultimo fidanzato, in ordine cronologico, è un collega che quella che seguiva l’area prima di te aveva definito il Gabriel Garko aziendale. Tu eri piena di aspettative, chiaramente andate deluse al primo incontro. La collega Manicomio l’ha anzi ribattezzato immediatamente Mango (il cantante), e il vostro “fidanzamento” si poi si è poi fatto terribilmente serio, quando sei stata vista in ufficio con un burrocacao mango&papaya.
Inizialmente la vostra è stata una relazione difficilissima. Lui diceva a te e alla tua responsabile delle cose tremende e fuffissime, tanto che voi alle riunioni con lui vi guardavate smarrite negli occhi e poi riportavate le conversazioni al resto dei colleghi in cerca di consolazione. E oltre al lavoro, a te una volta ha detto perfino: “Hai un evento oggi? Perché ti vedo con la giacca…”, che ti ha fatto deprimere terribilmente. Ora ti metti la giacca tutte le volte che lo devi incontrare. L’altro giorno che avevi un tubino nero incredibilmente lusinghiero non si è presentato alla riunione. Ma tu guarda.
Comunque poi, continuando la collaborazione, lui si è un po’ rilassato ed è anche migliorato professionalmente, ti manda le mail firmandosi con un diminutivo e insomma, adesso è proprio grande amore.
Per chiarire bene com’è la situazione, tu affermi che in caso te lo trovassi nel letto sicuramente passereste il vostro tempo a farvi le unghie, non perché lui sia gay, ma perché è un pettine allucinante, non ti fa sesso e la faccenda è evidentemente reciproca.
Oggi avete un appuntamento alle 16.30. Lui si è presentato alle 14.30, con pc in mano e auricolare d’ordinanza.
“Cosa fai qui? Sei in anticipo di due ore”, lo hai apostrofato.
Lui: “Veramente sono passato per un’altra cosa, ma se non sono benvenuto vado via e ci vediamo dopo”.
Tu: “Tu sei sempre il benvenuto. Cosa posso fare per te?”
Lui: “A me non sembrava di essere proprio benvenuto…”
Comunque ha detto quello che doveva dirti e se n’è andato.
Tu alla collega Manicomio: “Hai visto? Non sa resistere ad aspettare due ore per vedermi!”

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Amala

Se in genere sei giù di morale non è per la primavera che tarda a venire, per il tempo che non si decide mai a far bello, vi illude mezza giornata e poi tuona e fulmina, non è per i problemi di autostima, di gestione del tuo io sociale, di peso, estetica, di abbigliamento eccetera.
E’ che sei interista.
(avresti un milione di osservazioni da fare di tipo sociologico sul tracollo della squadra al di là della questione infermeria ma non è né il luogo né soprattutto l’ora).

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Il gran premio dell’indecisione

La settimana scorsa, in seguito ad una fallimentarissima sessione di corsa durante la quale hai invocato a più riprese la morte (o quantomeno uno svenimento), avevi preso la solida decisione di non andare mai più a correre in vita tua. Non dimagrisci, non sei più allenata, non sei più tonica, non sei più contenta, sei solo più stanca e dolorante, che ci vai a fare? Hai comunicato la drastica decisione alla collega F. incontrata lì per lì in ascensore, che quasi non si riprendeva più dal trauma.
Stamattina ti sei svegliata, hai visto che c’era il sole e le hai mandato un messaggio che diceva più o meno: “Portati le scarpe, che andiamo alla montagnetta”. Lei per l’emozione ha scordato ciabattine e bagnoschiuma, le hai dovuto prestare tutto tu.
Questo perché sei una donna coerente.
Stasera le colleghe vanno all’inaugurazione della stagione outdoor al Diana. Che, per chi non fosse di Milano, è un hotel molto chic, con un giardino stupendo. Non che abbiano cercato di coinvolgerti molto, ma hai ovviamente rifiutato, sostenendo che fuori dall’hotel c’è una tua foto con la scritta “Io non posso entrare”. Solo che ti hanno girato un invito a un’altra serata, da un’altra parte, per giovedì sera. Sei molto tentata. Il posto, soprattutto, ti incuriosisce.
Ma che senso avrebbe accettare per poi trovarti sconfitta davanti all’armadio e rinunciare ad uscire quando le altre sono già fuori? Potresti chiedere se puoi partecipare via skype.

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Per il ciclo “Le grandi verità”

“Non aver paura quando le cose ti sembrano difficili. Poi peggiorano.”

(tu alla fine di una riunione)

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Teoria e pratica

“Gli uomini che aveva conosciuto negli ultimi quattro anni, a voler guardare in faccia le cose, riuscivano a soddisfarsi con troppa facilità: il suo successo era stato gratificante, ma vacuo. Non era difficile, dopotutto, essere la ragazza più carina a un ricevimento tra mezzadri. In fondo provava disprezzo per gli uomini che l’avevano creduta perfetta, perché sapeva che in costume da bagno a Southampton non avrebbe mai strappato neanche la sufficienza, e benché non si fosse mai sottoposta a una prova tanto crudele, essa era viva nella sua mente come una minaccia”

(Gli uomini della sua vita – M. McCarthy)

Non ti eri mica lasciata trascinare a malincuore, eri stata tu ad organizzare l’aperitivo di ieri con le tue colleghe. Avevi voglia di uscire, di stare con loro, di bere e divertirti come ti eri divertita nelle uscite precedenti.
Dopo l’ufficio sei andata a correre, c’era tempo, l’appuntamento era per le otto e mezza. Hai fatto in tempo a lavarti i capelli, a rifarti il trucco perfino. Andava tutto bene, eri tranquilla e convinta. Finché non hai aperto l’armadio.
Hai cominciato a provarti pantaloni su pantaloni, magliette su magliette, cambiando infinite combinazioni e trovandoti sempre peggio ad ogni cambio. Alla faccia del tanto sponsorizzato buonumore che deriva dall’attività sportiva. 
Hai pensato alle tue colleghe sempre così belle, in perfetto ordine, con le scarpe alte, il fisico sottile, i capelli a posto, i vestiti sexy, il trucco ben fatto. Hai pensato che non ce la potevi fare.
All’ennesimo cambio ti sei tolta tutto, ti sei infilata il pigiama, hai mandato un messaggio per dire che eri troppo stanca dopo la corsa (era quasi vero, le gambe ti fanno male ancora adesso, ad ennesima riprova che la corsa proprio non fa per te, dopo tutti questi mesi), ti sei struccata, sei andata a sederti sul divano, accanto all’incredulo marito.
“Ogni donna ha il suo segmento”, soleva dire un vecchio ex collega. Ecco, quello non è il tuo segmento. Ti sei resa conto che è stato ridicolo volerci perfino provare, come mandare un giocatore di Lega Pro in Serie A, per vedere quanto è inadeguato rispetto a tutti gli altri.
Del resto avresti dovuto saperlo: sei sempre stata quella bruttina nel tuo gruppo di amiche, indipendentemente dal gruppo. Per quanto tu avessi provato in passato ad essere all’altezza. Gettare la spugna è stato quasi liberatorio, non eri nemmeno particolarmente arrabbiata o triste, rinunciando all’uscita, è stato come se non l’avessi nemmeno mai programmata.
Sì, le conosci tutte benissimo le opposizioni del caso. Sai che la bellezza non è tutto, sai che le tue colleghe non si preoccupano di come sei vestita o truccata e che a loro piaci per davvero per quello che sei. Anzi, per come le conosci sai che ti considerano carina e anche ben vestita. Sai che tu avrai altre qualità e loro altri difetti, sai che le cose importanti della vita sono altre.
Come già dicevi, sulla teoria sei preparatissima. Ma questa teoria non basta a convincerti a uscire con un gruppo di gnocche interpretando la parte del brutto anatroccolo in un locale mondano. La forza di carattere non è tra le tue presunte virtù. Ti limiti a invidiare quella altrui.

Disclaimer: quello che hai scritto in questo post vale esclusivamente per te. Non stai dicendo che le persone brutte debbano stare in casa e debbano uscire solo quelle belle. Tu non scrivi regole generali, tu scrivi di te e basta. Gli altri facessero come meglio gli aggrada, possibilmente senza venire a convincere te che è il loro comportamento a essere quello giusto.

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