Un’analisi spocchio-sociologica

Questa settimana hai fatto tre giorni di corso di formazione in un altro stabile aziendale, fuori da Milano, in periferia, all’uscita di una fermata del metrò. Oltre al palazzo e alla fermata del metrò in quel posto non c’era null’altro. Cioè, c’era un parcheggio, delle case e delle strade che probabilmente avrebbero portato da qualche parte, in un luogo vissuto, ma lì l’impressione era il deserto. Il tuo primo commento è stato: “Pare di essere a Zion”.
L’unico modo per mangiare, lì, è la mensa aziendale, coi tavolacci di formica, i vassoi sbeccati, i piatti dozzinali, le pareti spoglie: tristissima proprio come aspetto, senza arrivare al contenuto dei piatti, tema probabilmente dolente di moltissime mense.
Poi sarà stato il clima grigetto, la noia del corso, la pedanteria di certi compagni, ma ti è venuto un tedio che volevi uscire prima dal corso per buttarti sotto il primo treno in arrivo.
E hai avuto l’impressione che la tristezza del luogo avesse contagiato le persone: quelli che lavorano lì proprio: vestiti in modo sciatto, tutti, uomini e donne, giovani e meno giovani e anche quelli vestiti in maniera convenzionale avevano l’aria sciatta pure loro. Una faccenda inspiegabile e avresti pensato che era tutto nella tua testa, se non che le stesse tue impressioni non fossero state condivise ad alta voce da una compagna di corso carina e curata, abituata al traffico e alla gente di piazza V Giornate.
Ora. Si sa che la Bovisa non è il Quadrilatero e che se c’è una regina delle sciattone quella sei tu, però è vero che dove lavori le persone si vestono mediamente meglio e sono più curate, per non parlare della sede centrale, che pare una passerella televisiva.
Naturalmente ti si potrà obiettare che uno si veste come gli pare e che se si piace di più in tuta fa bene a mettersela e che i tacchi alti non fanno la felicità. Ci mancherebbe.
Eri solo colpita da come in quel luogo così brutto ti sembrassero brutte anche le persone e se fosse stato il posto triste a insciattirle o se fosse piuttosto l’ambiente umano (pare che lì avessero aggregato un po’ tutte le risorse di cui non si sapeva cosa fare, relegandole ad attività di back-office probabilmente poco soddisfacenti) ad averli contagiati tutti.
Ad ogni modo, oggi in pausa pranzo nel tuo solito posto di lavoro ti pareva di stare a Disneyland e che tutti fossero vestiti in pompa magna.

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3 commenti

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3 risposte a “Un’analisi spocchio-sociologica

  1. L’impressione è la stessa che ho quando vado in sede centrale a Mi, io lavoro per una filiale in provincia di una multinazionale. Alla fine io sono qui sola e quindi spesso sono in ballerine e jeans. Quando vado alla sede centrale invece sembra di essere ad una sfilata di moda…certi tacchi alti che fan spavento…

  2. sarà forse che nel centro di Milano c’è un fighettismo estremo se paragonato al resto del mondo? e quindi tutto sembra più sciatto?

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