Archivi del mese: aprile 2012

Grazie tante

Ma basta con questa servitù al Barcellona pure quando perde. Basta con questa servitù mentale dei giornalisti, che pure quando il Barcellona esce dalla Champions (toh guarda il Chelsea che sembrava che sarebbe uscito col Napoli e adesso è in finale, non gli si vuol dire una parolina carina?) e dai giochi per il campionato si trova il modo di osannarlo comunque, indirettamente. Tutti lì, i giornalisti a dire: “Guardiola si prende un anno sabbatico perché è stanco, ci dà una grande lezione di libertà”.
Che poi guarda caso, se ne va proprio quando il Barcellona comincia a perdere, sarà pure stanco, non dici di no, ma non è che è anche un po’ demotivato?
E comunque, se tu potessi permettertelo, pure tu la daresti al mondo una grande lezione di libertà. Altro che un anno sabbatico, per piacere. 
Sempre in tema di cose che non stanno né in cielo né in terra, il finale di Udinese-Lazio di ieri sera ti sarebbe sembrato una faccenda da romanzo dell’assurdo, se non fosse finito in rissa, dove non c’era più niente di comico, ma solo spintoni e male parole e pessimi esempi. La Lazio che decideva di non andare in televisione a parlare e probabilmente faceva bene e tu guardavi Guidolin tremare davanti al microfono e pensavi: “Quest’uomo stanotte non dormirà” e poi lui ha detto una cosa che tu lo avresti voluto abbracciare e hai pensato che se potessi scegliere sarebbe il padre che non hai avuto e Stear ti diceva: “Ma cosa sta dicendo? Non capisco” e invece tu lo avevi capito benissimo e gli hai spiegato: “Sta dicendo che fino all’altro ieri l’Udinese era una squadra che non andava neanche in Europa e adesso la qualificazione alla Champions è un fatto che si dà per scontato e se non arriva guai”. E ti sembrava a disagio a star lì a dire queste cose, come un giardiniere amorevole davanti alle rose calpestate dai figli del padrone, anche se forse sei tu che proietti te stessa in qualcosa che ti sembra di vedere in lui. In un uomo che sembra non credere al miracolo che ha creato in una provincia che si fa perfino un po’ fatica a posizionare sulla cartina geografica, come se stesse lì a guardarsi le spalle, a togliersi i meriti lui per primo prima che lo facciano altri e con molta più cattiveria, perché in fondo è un attimo. Lui che quando giravano le voci che lo voleva l’Inter ha detto chiaro e tondo che non se ne va da Udine, come non se ne è voluto andare Di Natale, perché è come se avesse detto: “Sto bene qui, non voglio le pressioni della grande squadra, preferisco vivere tranquillo, anche se questo significa non vincere magari mai nulla, ma avere comunque tante soddisfazioni”. Altro che Guardiola, se non è una grande lezione di libertà questa.
Chiudi con l’ultima cosa che ti sembra non stare né in cielo né in terra (ma evidentemente in terra ci sta eccome). Chiedevi scherzando al collega di Udine stamattina in ascensore: “Eri allo stadio ieri sera?” e lui ti ha risposto di sì, che è tornato a Milano dopo la partita e tu non ci potevi credere che si fosse sciroppato tutte quelle ore di macchina a quell’ora di notte. E invece.

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Il tedio e il suo rimedio

Su questo blog hai scritto che avresti voluto una tazza carina per bere il the in ufficio. Per il tuo compleanno ti sono arrivate quattro tazze carine, di cui tre con su dei gatti. E poi c’è gente che sottovaluta il potere di internet.
Tu comunque, al solito, sbagli tutto. Avresti dovuto scrivere che sognavi un appartamento in centro di almeno 120 mq, con terrazzo di 40 possibilmente orientato a ovest. Ad ogni modo sappiano i lettori che non è troppo tardi, anche a tua insaputa.
Hai passato qualche giorno ad Amsterdam e sei stata benissimo, sei impazzita per le loro case sbilenche affacciate sui canali, con le finestre giganti che mostrano gli appartamenti da parte a parte. Tanto che ti sei addirittura fermata davanti alle vetrine delle agenzie immobiliari (per gli interessati: la città è mediamente abbastanza cara, ma per quanto riguarda gli alloggi meno che a Milano). Ma riflettendoci meglio hai capito che non è una questione di residenza: tu Milano la ami moltissimo e non perdi occasione di ripeterlo. Il problema (dovuto anche un po’, ma solo un po’, alla fermata Comasina della MM gialla) è che da tempo, da troppo tempo, la città la vivi poco.
Il divano effettua su di te una forza di attrazione alla quale non sai resistere. E la tua vita si è comodamente trasformata in una routine di lavoro, casa, cena, tv che alla lunga ha causato un malumore del quale non riuscivi ad identificare una ragione plausibile.
“Allora è facile”, penserà un qualsiasi lettore, “basta trascurare un po’ il divano, uscire, fare cose (interessanti), vedere gente (intelligente), vedere mostre, andare al cinema…”.
Questo eventuale fine pensatore non conosce il potere occulto del tuo divano, che ti cattura i pensieri perfino a distanza. Tanto che ieri sera, usciti dall’ufficio tu e il marito non avete approfittato del tempo discreto per un giro degli aperitivi di apertura del FuoriSalone (lui aveva anche degli inviti! e non pioveva, mentre si sa che la settimana del Salone del Mobile è la più piovosa dell’anno!) e ve ne siete tornati a casa di comunissimo accordo per stendervi supinamente sul divano.
Insomma, c’è bisogno di una rieducazione cerebrale alla vita civile. Per fortuna questo fine settimana arriva amichetta F., sulla quale molto confidi per gente intelligente e cose interessanti.

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Il nulla cosmico

A non scrivere per tanti giorni si finisce per avere un mucchio di idee per un post e niente da dire. Hai compiuto 40 anni e no, non ti senti diversa. Del resto ti manca la pila della bilancia da un mese, quindi potresti essere ingrassata (sei sicuramente ingrassata, quando mai potresti dimagrire senza accorgertene?) senza saperlo.
Stamattina ti sei svegliata arrabbiandoti dapprima con la sveglia (come tutte le mattine) e subito dopo con il tuo inconscio. Stavi sognando un’uscita con il gruppo di lettura, in cui le persone erano tutte diverse da quelle che ci sono di solito al gruppo, anche se per la maggior parte erano cagacazzose uguale, tranne uno. Uno che nel sogno era un figo pazzesco (purtroppo nella vita reale mai visto né conosciuto, non solo nel gruppo di lettura, ma ovunque), pure gentile e che ci provava con te in tutti i modi. E quando finalmente riusciva a cacciarti la lingua in bocca tu gli dicevi: “No, grazie, sono sposata”.
Ma perché? Va bene, tu sei contraria all’adulterio di carattere, ma in sogno? In sogno non potevi spassartela un po’?
Ma uffa.

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Un’analisi spocchio-sociologica

Questa settimana hai fatto tre giorni di corso di formazione in un altro stabile aziendale, fuori da Milano, in periferia, all’uscita di una fermata del metrò. Oltre al palazzo e alla fermata del metrò in quel posto non c’era null’altro. Cioè, c’era un parcheggio, delle case e delle strade che probabilmente avrebbero portato da qualche parte, in un luogo vissuto, ma lì l’impressione era il deserto. Il tuo primo commento è stato: “Pare di essere a Zion”.
L’unico modo per mangiare, lì, è la mensa aziendale, coi tavolacci di formica, i vassoi sbeccati, i piatti dozzinali, le pareti spoglie: tristissima proprio come aspetto, senza arrivare al contenuto dei piatti, tema probabilmente dolente di moltissime mense.
Poi sarà stato il clima grigetto, la noia del corso, la pedanteria di certi compagni, ma ti è venuto un tedio che volevi uscire prima dal corso per buttarti sotto il primo treno in arrivo.
E hai avuto l’impressione che la tristezza del luogo avesse contagiato le persone: quelli che lavorano lì proprio: vestiti in modo sciatto, tutti, uomini e donne, giovani e meno giovani e anche quelli vestiti in maniera convenzionale avevano l’aria sciatta pure loro. Una faccenda inspiegabile e avresti pensato che era tutto nella tua testa, se non che le stesse tue impressioni non fossero state condivise ad alta voce da una compagna di corso carina e curata, abituata al traffico e alla gente di piazza V Giornate.
Ora. Si sa che la Bovisa non è il Quadrilatero e che se c’è una regina delle sciattone quella sei tu, però è vero che dove lavori le persone si vestono mediamente meglio e sono più curate, per non parlare della sede centrale, che pare una passerella televisiva.
Naturalmente ti si potrà obiettare che uno si veste come gli pare e che se si piace di più in tuta fa bene a mettersela e che i tacchi alti non fanno la felicità. Ci mancherebbe.
Eri solo colpita da come in quel luogo così brutto ti sembrassero brutte anche le persone e se fosse stato il posto triste a insciattirle o se fosse piuttosto l’ambiente umano (pare che lì avessero aggregato un po’ tutte le risorse di cui non si sapeva cosa fare, relegandole ad attività di back-office probabilmente poco soddisfacenti) ad averli contagiati tutti.
Ad ogni modo, oggi in pausa pranzo nel tuo solito posto di lavoro ti pareva di stare a Disneyland e che tutti fossero vestiti in pompa magna.

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