Archivi del mese: giugno 2011

Del concetto di proattività e riflessioni varie
Credi che quasi ad ognuno sia capitato nel corso della propria vita lavorativa di sentirsi rimbrottare da un capo per aver preso delle iniziative e (presumibilmente dallo stesso capo) per mancanza di proattività. Tu questa cosa della mancanza di proattività te la senti rimproverare da anni, tanto che ormai te la sei introiettata e potresti citarla pescando a caso tra i tre difetti nel corso di un ipotetico colloquio di cui si discuteva qualche post addietro. Ora che però sei notevolmente più disincantata di qualche mese fa, ti interroghi guardando altri a cui questo non viene rimproverato e i tuoi interrogativi diventano sempre più irritanti (nel senso che sei tu che ti irriti).
Passi la vostra receptionist, che ha costruito la sua vita lavorativa sull'incapacità (secondo te e molti altri millantata) di fare qualsiasi cosa, tanto che anche i suoi compiti preferite farli voi e tu ridendo dici che dovrebbe tenere dei corsi ai manager sull'arte di delegare. Ma c'è davvero un mazzo di gente meno decisionista e pure più operativa di te che non si sente rinfacciare tutto questo e in alcuni casi si prende anche aumenti e avanzamenti che a te vengono rifiutati a causa di questo difetto (certo che se c'è da rifiutare aumenti e simili ogni motivazione va bene, pure l'asteroide di ieri, se del caso).
Ora però sei stufa. Sei stufa di avere a che fare con stolidi rimbambiti che prendono il doppio del tuo stipendio per lavarsi le mani di qualsiasi cosa. Come le due colleghe di Roma, che hanno cominciato un progetto per voi e che, adesso che le avete chiamate per concludere l'attività, vi informano che non possono farlo perché la loro struttura verrà smantellata probabilmente a settembre e perciò non possono prendere iniziative di venire a Milano a sentire cos'avete da chiedere. Ti domandi sinceramente cosa faranno queste persone da qui a quel momento per riempire le lunghe ore d'ufficio e sai per certo che tu al posto loro la trasferta te la saresti fatta, perché in attesa della decisione mica puoi star lì a fare una qualsiasi delle cose proposte dal duo Bersani/Crozza.
D'altra parte, ti domandi anche quanto possa venir valutata l'iper-proattività di certuni, come quel collega tanto apprezzato, che avendo scoperto che non funziona un link dalla sua sede, ha sentito il dovere di comunicarlo a te, al responsabile delle Risorse Umane, al Direttore Generale e all'Amministratore Delegato (non stai scherzando, è tutto vero). 
Mandi mail piene di istruzioni per un'attività che non ti compete e di cui ti stai facendo carico, per poi scoprire la superficialità con cui vengono lette (o forse solo appena aperte) e devi passare per i corridoi minacciando la gente per la prenotazione di una trasferta, perché altrimenti son capaci di sbagliare pure quella, andando in giro poi a dire che non sono state inviate le istruzioni, che loro non sapevano e che in caso non avevano visto (è già successo anche questo).
Senti la furia che ti monta dentro come la panna.
La tua collega accanto a te ha appena ricevuto tutta una serie di documenti per un lavoro che deve fare e in mezzo ce ne sono alcuni che non c'entrano un bel niente, messi lì da un collega troppo pigro per fare le cose per conto suo. "Io lo meno!" si è messa a urlare. E tu, invece di tentare di sedarla hai commentato: "Posso assistere? Mi faccio fare una maglietta con la scritta Quando P ha picchiato F io c'ero" e l'altra collega che divide l'ufficio con voi ha detto che la vuole pure lei.

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L'era dell'autarchia
A tutti quelli che ti dicono: "Hai tagliato i capelli? Stai bene" rispondi: "Sto malissimo. Il discorso è chiuso". E se insistono ripeti a voce più alta: "Il discorso è chiuso". A un paio veramente insistenti hai anche dovuto dire: "L'argomento è stato concluso con reciproca insoddisfazione. Se vuoi puoi rivolgerti al tribunale di conciliazione". Hai un taglio corto, cortissimo, di quello che le pensionandi sessantenni si fanno per apparire giovanili (dove giovanili è da intendersi con tutto il dispregio connaturato alla parola), perpetrato dal parrucchiere di sua iniziativa e quando gli hai detto: "Sono troppo corti" (era comunque troppo tardi) ti ha risposto: "E' il trend. Ma se non ti piacciono tra due mesi ricrescono". A parte che no, non ti ricrescono in due mesi, ma quale trend? Ti sa per caso indicare qualche personaggio dello spettacolo coi capelli corti da pensionanda sessantenne? O anche solo corti? Li hai perfino più corti del tuo responsabile commerciale.
E poi, non lo sa che alle donne grasse non si tagliano i capelli corti, altrimenti sembrano ancora più grasse? Sembri una pensionanda sessantenne obesa.
Per non parlare del colore. Una non ci riflette poi molto, ma in genere quando si fa fare il colore dal parrucchiere (o se lo fa da sé), oltre a coprire i capelli bianchi vorrebbe anche un colore che la faccia apparire interessante, non uno spento color nutria con l'indicazione per donne insignificanti e depresse sulla confezione, che è quello che hai in testa tu.
Allora ti sei detta questa cosa: è vero che il parrucchiere ti sa fare meglio la tinta di come te la fai tu da sola. Ed è anche vero che questo non è particolarmente caro. Ma la tinta al supermercato, quella cara, costa € 9,90. Se anche non viene perfetta pazienza, almeno sarà del colore che ti piace. Il taglio, semplicemente, hai deciso che non te lo farai più fare. Starai male? I capelli spareranno in ogni direzione? Tanto chissà dove spareranno anche dopo che te li sarai lavati da sola stasera e star male per star male, tanto vale avere un brutto taglio gratis che dover pagare per averlo.
Ti sei stufata anche dell'estetista. Per quanto la malvagia e la sua malvagia assistente siano brave, non hai più voglia di andare fin lì a farti piedi, baffi e sopracciglia e sentirti chiedere ogni santa volta se per caso sei incinta. Piedi e baffi ricomincerai a farteli (male) da te e per la ceretta andrai poche volte l'anno, mentre ti arrangerai col silk-epil per la quotidianità. Le sopracciglia pazienza. Tanto chi te le guarda le sopracciglia?
Per intanto nessuno: non hai intenzione di farti vedere da alcunchì conciata in questo modo disastroso. 

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Fuori il cielo è grigio, quasi biancastro, color malinconia scriveresti sul pantone corrispondente, anche se poi sarebbe un pantone che vende pochissimo.
Solo pochi antichi e affezionati lettori di questo blog possono capire l'espressione "tre su quattro" (ma anche uno, due o zero, su quattro) riferita a un uomo, in questo caso il collega veneto che ha compiuto gli anni qualche settimana fa, mettendoti al sicuro dal poker che mai è capitato nella tua vita.
Forse fa parte della vostra cultura mettere tutto in discussione immaginando qualcosa di idilliaco e perfetto, come nei film, dove è tanto comodo infilare la parola FINE e chissà poi com'è andata quando lei spremeva il tubetto di dentifricio dal centro e lui non abbassava mai la tavoletta del water.
Ma stai divagando e invece di essere contenta perché ti è saltata una riunione che avrebbe dovuto esserci tra sei minuti, ti crogioli nel tuo malumore e sogni infinite pause pranzo coi tuoi Beautiful Losers a parlare di tutto e di niente (cioè: oggi il collega siciliano ha tirato fuori Cielo da Alcamo. Dove li trovi altri matti così?).
Oggi la tua produttività è proprio ai minimi termini e nulla ti può consolare, perché vorresti essere seduta comoda sul letto con in mano Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay (ma non avevi promesso che avresti cominciato un libro divertente, ma divertente per davvero?) e una tazza di the freddo sul comodino, che poi è un modo come un altro per uscire dal tuo mondo ed entrare in un altro e non è tanto diverso dalle tue infinite vite parallele infilate nelle scatole, dove probabilmente il cielo non è mai del pantone malinconia.

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Dei pantaloni che indossi oggi ti è saltato un bottone e ti si è scucito l'orlo. Ecco dove finiscono tutti i tuoi propositi di apparire almeno un po' elegante.
Sabato ti saresti persa dentro Diffusione Tessile, ma hai avuto pietà del marito paziente e pure di te stessa, a ritrovarti in camerino con tanti pantaloni tutti di una taglia in più di quella che portavi prima. Sai che avrebbe dovuto essere un momento di epocale malumore, ma forse il rumore di carta magnetica che striscia ha un po' attutito il colpo.
Ti sei sbarazzata di un grosso compito al lavoro e adesso ti senti spersa, come se al tuo essere seduta lì non ci fosse ragione, allora esiti nell'affrontare un lavoro nuovo, sono già passate le cinque, vorresti tirar fuori dalla borsa il tuo libro e passare così i minuti che avanzano (ma non si può).
Quando ti prendi una pausa in ufficio navighi tra librerie sconosciute di anobii, prendendo appunti per libri che non leggerai mai. Sbirci tra i commenti come se sbirciassi da tendine scostate, come ti piaceva fare in Olanda, dove le finestre sono giganti e le tapparelle inesistenti. Sei una guardona di librerie, anche di persona, quando vai a casa della gente ti fermi davanti alle librerie, se le hanno. Se non le hanno l'effetto è drammatico. Leggi recensioni a volte scuotendo la testa, a volte invidiando quel piacere provato dai lettori se le stelline sono tante. 
Diventi ingorda, vuoi acquistare, acquistare, acquistare. Mediti di chiuderti in una clinica di riabilitazione, dove alzarti in piedi a dire cose come: "Ciao a tutti, mi chiamo Lise, sono un'acquirente compulsiva di libri". Ciao Lise. Da quanto non compri un libro? "Da venerdì scorso."
Ecco. 
Va bene, i libri non scadono. Ma tra un po' cadono. Sulla tua testa.

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