Archivi del mese: gennaio 2008

Ricette per la felicità
Ieri sei tornata a casa dopo il ritiro della verdura che era ancora abbastanza presto e sapevi che saresti dovuta andare a fare la spesa, ma non ne avevi proprio la forza, né fisica né mentale, perciò ci hai rinunciato. Dentro il sacchetto della verdura c’erano spinaci, un cespo di verza che pesa quasi due chili (giuri, c’è scritto sullo scontrino) e i topinambur, che hai comprato in un impeto di entusiasmo, ma morire se trovi una ricetta per cucinarli.
Così hai lavato un po’ di spinaci e li hai saltati in padella col formaggio e ti parevano di una bontà che non ricordavi. Poi ti sei rintanata sotto il piumone con le tue riviste e ti sentivi benissimo, che non c’era nessun altro posto dove avresti voluto essere, nemmeno a Stoccolma per la consegna del Nobel con te sul palco, per dire.
E a proposito di felicità, ti sei imbattuta in un articolo di Elle che diceva che in alcune università degli Stati Uniti ci sono dei corsi di laurea di psicologia proprio a indirizzo "ricerca della felicità" o qualcosa di simile. Ti piaceva il punto di partenza, ovvero che ognuno ha la propria ricetta per essere felice e le proprie cose che lo rendono felice e non c’è una ricetta universale, anche se si possono trovare dei filoni comuni. E alla fine uno di questi guru della felicità stilava 14 punti, molti dei quali li avresti contestati lì per lì che non volevano proprio dire niente e ce n’erano due che dicevano 1- socializzare; 2- essere se stessi. Ecco, vorresti dire al signor guru che per te questi due punti si contraddicono assai, che tu quando sei te stessa da sola ci stai benissimo, piuttosto che con dei seccatori, la cui massima ambizione, per esempio, è il telefonino della tre che ti fa vedere anche le partite di calcio.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

Non dormire abbastanza è pericolosissimo. Ieri sera per esempio avresti voluto rimanertene a casa in pigiama, accucciata sotto il piumone a sfogliare il già citato Internazionale e anche (sacro e profano!) l’ultimo numero di Elle trovato gioiosamente dentro la casella della posta e poi andare a dormire presto, invece di uscire come sempre con la Wonder. Col risultato che poi per strada blateravi tra te e te di scontentezze varie e mischiate tra di loro, come il corso sulla 231 della prossima settimana che non vuoi fare (e poi l’hai già fatto!) fino a dire che basta, tra te e Stear deve finire, che non ci vai a vivere con lui, che gli devi restituire l’anello e varie altre baggianate su questo tenore. Perché? Senza perché. Comunque a fine serata, anche se avevi l’occhio pallatissimo avevi recuperato il buon senso e il buonumore e se qualcuno passando di qui si sentisse di commentare che se scrivi queste cose significa che Stear non lo ami davvero, be’, quel commentatore si consideri già spernacchiato.
Il corso sulla 231 invece continui a non volerlo proprio fare.
Un’altra cosa pericolosissima è fare un giro al piano ammezzato della Rinascente, un posto pieno di oggetti del maligno che lanciano sortilegi atti a risvegliare la consumatrice forsennata che è in te. Sortilegi che funzionano benissimo. Tanto che mentre gironzolavi ti sei imbattuta nel corner di YSL e nella Muse classica, di media misura, che pareva proprio perfetta per te, lì sullo scaffale, poverina tutta sola (non è vero: la commessa del corner non la perdeva di vista un attimo), che ti sei dovuta fermare a guardarla e accarezzarla per un po’ prima di venire via e di pensare a quanti e quali sacrifici dovresti fare per potertela permettere. Lo dicevi sì che questi sortilegi funzionano benissimo, ma non è che poi tu non sappia quanti soldi hai sul conto corrente e se puoi permetterti una certa borsa oppure no.
Comunque stamattina Stear ti parlava del preventivo della cucina che avete scelto e dei piccoli ritocchi che porteranno ad un aumento di prezzo, conversazione che ti ha fatto subito accantonare il desiderio della Muse. Contrariamente a quanto potrebbe pensare il già spernacchiato commentatore di cui sopra, no, in questo caso non hai riconsiderato di chiudere la relazione. Anzi.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

Uno dei buoni propositi di quest’anno è che non vuoi più seppellire la testa sotto le pagine delle riviste di moda, con tutto che ti piacciono e continueranno a piacerti. Quest’anno vuoi recuperare un rapporto con l’informazione.
Proprio come si diceva con cinas l’altro giorno, che ha detto, probabilmente in un impeto di sconforto, che non vuole sapere più niente, ma tanto tu mica ci hai creduto.
C’è un argomento di politica internazionale che attualmente ti interessa molto e sul quale è difficile reperire informazioni tramite i canali tradizionali.
Perciò da ieri sei diventata una lettrice di Internazionale, di cui le amiche ti dicono benissimo e quindi sarebbe ora che. Probabilmente questa tua decisione non cambierà il mondo, ma i tuoi interventi sul blog sì.
Ieri ti sei detta che volevi partire da un articolo facile e poco deprimente e ne hai trovato uno che riassume in modo semplice dieci concetti fondamentali di scienza (fisica, chimica e biologia) che non si possono non sapere. Premesso che tu la metà di questi già la sapevi pressappoco come l’hanno spiegata loro e la teoria della relatività continui a non averla capita, vorresti piuttosto concentrarti sull’attacco dell’articolo, redatto da un giornalista britannico.
Dice il secondo capoverso: "Gli scienziati si vergognano di ammettere che non conoscono i romanzi di Jane Austen, ma trovano grave che i loro colleghi scrittori possano permettersi di ignorare la relatività o la teoria dei quanti". Devi ammettere che il tuo primo pensiero è che conosci gente che non si vergogna affatto di non conoscere né la teoria dei quanti, né i romanzi non solo di Jane Austen, ma in generale. Devi ammettere che conosci gente che non si vergogna proprio di niente.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

"Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli"

Avvertenza: Questo è un post complicato. Pazienza: meglio di così non sai spiegarti.
Da quando Stear ti ha regalato l’anello al tuo anulare sinistro non c’è solo un cerchietto di metallo pregiato sormontato da un pezzo di carbonio. C’è tutto un concetto al quale fai fatica ad abituarti. Ma non è l’anello: sei tu.
Ti guardavi la mano, sabato mattina, durante la riunione del GAS, e ti pareva che non ti appartenesse. Ti pareva la mano di un’altra. Di una che ambisce al matrimonio, ma non perché crede nei valori che l’istituzione presuppone: una che si sposa per poter dire: "Mio marito, mio marito". La mano di una donna borghese nella testa che poi resta incinta perché tutte le sue amiche hanno figli e perché la suocera le chiede quando finalmente le darà un nipotino. Una donna che non sei tu, insomma.
Una sensazione così sgradita che ti è venuta voglia di toglierti l’anellino e mettere al suo posto un sostituto di plastica e ferro comprato al mercato. Ma sarebbe ridicolo: la colpa non è dell’oggetto, la colpa è tua e del tuo rapporto con le rappresentazioni che gli attribuisci (e che non necessariamente corrispondono alla realtà o all’immaginario altrui).
Forse dovresti fare come Carrie, che invece di portarlo al dito, aveva appeso l’anello a una catenina, così era più vicino al suo cuore. Di certo, un po’ ci aveva preso Tolkien, con la storia di Gollum e dell’anello che ti cambia la personalità.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

Ci si abitua a tante cose.
Ci si abitua al caffè della macchinetta che non è mai buono. Ci si abitua alle lenzuola ruvide, al compagno che russa, al vicino di sopra che sposta i mobili alle due di notte. Ci si abitua a uscire dalle coperte quando fa freddo, ci si abitua al collega che fa casino, a quello maleducato, a quello che dice che Moccia scrive benissimo. Ci si abitua a lavorare senza finestre e con la luce elettrica sempre accesa. Ci si abitua ad alzarsi col buio, a uscire dal lavoro quando il sole non c’è più. Ci si abitua al tramviere che chiude le porte in faccia e va via, al semaforo troppo breve, al giornale in abbonamento che arriva sempre tardi, a quelli che non si fermano sulle strisce. Ci si abitua alle cacche di cane per terra, alla coda alle poste, ai conoscenti che non salutano. Ci si abitua ai parenti qualunquisti, alla mancanza di verde, a quando piove di sabato, al cappotto troppo caro anche coi saldi.
Ci si abitua, perfino, spesso, a non amarsi più.
Però non è vero che ci si abitua a tutto.

Il post è gemellato con questo.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

Ieri hai partecipato a una riunione: eravate in cinque e tu eri l’unica a non avere il Blackberry. Ti sei sentita una privilegiata. A questo si aggiunga che il tuo capo guida senza cintura, leggendo il blackberry oppure telefonando. Quando sei rientrata in ufficio ti sei sincerata con la tua collega che le trasferte a Santa Margherita Ligure non avvengano in auto con lui, ma su un più rassicurante treno.
Il tuo capo fissa gli appuntamenti a mezzogiorno dall’altra parte della città, poi partite dall’ufficio a mezzogiorno meno cinque, arrivate con quasi un’ora di ritardo e quando rientrate sono le tre. Alle tre e quaranta uscite di nuovo per un altro appuntamento. E’ già la seconda volta in sole tre settimane che gli dici: "Me lo dovevi dire ai colloqui che in questa società non si mangia!"
Però poi sei uscita dall’ufficio alle cinque, eri già in centro e questo ha fatto di te un donnino felice.
La sera sei andata a vedere "cous cous" con la Simo e la Mony. Prima dell’inzio del film eravate piene di aspettative soprattutto alimentari e parlavate di organizzare una cena a casa di qualcuna di voi a base di cous cous, che poi che buono col pesce. Alla fine del film siete uscite stremate, con un signore che passandovi davanti ha esclamato: "Che mal di testa!", non volete più vedere il cous cous (non solo il fim, proprio il cibo!) per anni a venire e siete andate a mangiarvi una pizza. Era proprio buona.

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria

Queste donne sempre piene d’inventiva e di risorse
Sulla strada tra l’ufficio e il posto dove andate abitualmente a pranzo c’è un Sexy Shop. Ha l’aria piuttosto squallida di quello che è: un sexy shop di periferia e in vetrina ha appesi da secoli gli stessi completini castigati di lattice e catenazze.
Ieri, di ritorno dal pranzo, mentre ci passavate davanti la collega Miss Progetto ha domandato: "Ma il sexy shop non fa i saldi?"
Tu: "Non credo"
MP: "Ah no, io questi completini a prezzo pieno non li compro, sono della collezione passata!"
Tu: "Ah be’ certo, chissà se fanno le sfilate di ‘ste cose, una bella Settimana della Moda porno. Potremmo proporlo alla Camera della Moda"
Collega Miss Rossella: "Dopo Pitti Uomo: Pitti Porno"

Lascia un commento

Archiviato in Senza categoria