Archivi del mese: aprile 2005

Le cose non programmate sono sempre le migliori.
Uno shopping da pochi articoli con l’amica LadyK e un aperitivo con anche l’amica Viridian. Proposto, organizzato, fatto.
Chiacchiere, risate, confidenze, progetti.
L’umore sale alto e da mercoledì prossimo indosserai un paio di pantaloni nuovi.

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Tre minuti di… malinconia
L’ultima volta che sei uscita con Kappa, di una mania sua, che poi era una galanteria, ti aveva detto: "Faccio così e basta" e tu avevi risposto: "Mi dovrò abituare".
Non è vero. Non ti sei dovuta abituare a un bel niente.

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Intrattabile sì, ma piena di risorse
Gli attacchi di panico sono giustificati quando sono le 20.30, l’ospite deve arrivare a casa tua alle 21.00, tu sei al supermercato e al banco del pesce non c’è quello che hai deciso di cucinare.
"Scusi, non ci sono le sardine?", domandi all’addetta con adeguata disperazione nella voce.
"Eh", ti fa lei, "alle otto… sa… il pesce azzurro non c’è più…" Perché, va a casa alle sei, il pesce azzurro?
L’addetta ti sorride, pronta a servirti in altro modo. Quale altro modo? Sei ad un passo dal cancellare la cena!
"Non importa", le dici, "cucinerò qualcos’altro"
Ti aggiri tra gli scaffali in preda al peggiore sconforto, arraffi quattro cose e alle 20.50 sei già a casa, con la pentola dell’acqua già sul fuoco, la tavola in via di apparecchiatura.
La pasta col condimento mediterraneo, come la chiami tu, viene buonissima e la Simo sperimenta la  prima sera di risate da quando il fidanzato l’ha lasciata.
Oggi porti al collo una collanina nuova, altro regalo di compleanno. Con la tua maglietta rosa ci sta benissimo.

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L’intrattabilità che ti contraddistingue
Ma adesso basta. Non puoi continuare così. Lo sanno tutti che sei acida e insopportabile, ma tutto ha un limite.
Va bene che non ne puoi più della gente che ti dice quando ci vediamo? e preferiresti di gran lunga che ti dicessero "il giorno tale sono in questo posto, vuoi venire?". Molto meno stress. Molto meno corsa a ostacoli. Molta meno ansia da "oddio, c’ho già tutta la settimana impegnata". Tanto ce l’hai già la settimana impegnata. Il mercoledì sei al corso di scrittura e le altre sere sei in palestra.
Quando vi vedete? Mai. Una bella risposta semplice, chiara, inequivocabile e senza fronzoli. Peccato però che non si possa usare. Le amiche hanno la cattiva abitudine di offendersi. Tu, che vivi offesa e infastidita tutto l’anno, non ne risentiresti minimamente. E invece.
Invece ti tocca di sfogliare il calendario (quello che hai sulla scrivania oltretutto si gira a rovescio), guardare i giorni, suggerire una data. Sbuffi tra te e te, bistrattando queste malsane abitudini di fissare appuntamenti, vedersi, uscire. Blateri come una megera non appena ricevi mail o sms con frasi tipo "come stai? cosa racconti?". Non lo sanno, forse, che non racconti un bel niente? Che se avessi qualcosa da raccontare lo avresti fatto? Se non lo racconti è perché non è interessante. I chiacchiericci vuoti non fanno per te. Non hai voglia di riempire il nulla con le parole.
Così ti rattrappisci come un’eremita allergico alle situazioni sociali e mondane, imbalsamata sotto la trapunta, con le riviste in mano. Oppure davanti al computer a scrivere per il corso. Un’ammuffita totale.
Ma cosa ti è successo? Tu te la ricordi ancora piuttosto bene, una te stessa recente, che affastellava gli impegni in prima e seconda serata. Che moriva dalla voglia di vedere locali nuovi e adorava tornare tardi la notte, in qualunque giorno della settimana. Ora gli aperitivi li bocci tutti a priori. Alle cene arrivi tirata (e poi tanto non potresti mangiare niente, ma quanto tempo è che non esci a cena?) e per i dopocena sei stanca. Non hai voglia di vedere nessuno.
Tra poco ti si scambierà per un soprammobile. Un soprammobile che sbuffa e brontola. In pratica, un nano da giardino vivo.

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Solo tu (e pochi altri)
Solo tu non hai ciondolini di varia natura appesi al telefonino.
Solo tu non hai fatto la lista delle 31 canzoni, più o meno vergognevoli.
Solo tu non sai guidare lo scooter.
Solo tu non hai mai letto Moby Dick e non hai neanche visto il film. Qui ci aggiungi il carico: non hai nemmeno visto nessuno dei film "Lo squalo".

Solo tu e pochi altri è una rubrica settimanale. Chi si riconoscesse nelle caratteristiche può esporre il logo sul proprio blog per una settimana. Il copyright dell’immagine è di LadyK.
Si informa la spettabile clientela che questa è l’ultima puntata del PAC. Non si escludono tuttavia edizioni straordinarie, eventualmente in occasione di ricorrenze.

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Il viaggio di ritorno
Il viaggio di ritorno comincia nel modo giusto: col treno puntuale e uno stragnocco di colore nel tuo scompartimento. Lo stragnocco però scende a Tiburtina e tu ti tuffi nella lettura del sublime volume, gustando la scelta di ogni parola, metafora, fraseggio.
A Firenze tutto precipita. Il treno si affolla di gente in ogni dove. I dormienti passeggeri non prenotati, seduti nel tuo scompartimento, vengono sfrattati dai regolari detentori di prenotazione. Quattro soggetti chiassoni e ridanciani, già avanti con gli anni, che parlano forte perché "sono sordi", si chiamano di continuo, pronunciano inascoltabili banalità a tutto spiano, ripetono in continuazione le stesse cose senza ascoltarsi.
Esempi: "Io Portofino e Taormina me li confondo. Quando quella là mi ha detto che doveva andare a Taormina le ho detto che era a pochi chilometri da Santa Margherita, bastava andare dritta. Non era mica tanto sicura. Ma io me li confondo!"
[…]
"Io per andare a Malpensa prendo quella strada lì, poi giro a destra ad A., poi a sinistra a B. e sono arrivata, me la trovo davanti!"
"Ma no, perché giri a destra ad A., se vai sempre dritto, basta che giri a C. e sei arrivata!"
"Ma io giro a destra ad A, poi a sinistra a B…"
(il tutto ripetuto dieci volte con le stesse precise parole, solo alzando ogni volta il volume dei decibel).
Finché si arriva all’immancabile (tu non potevi credere alle tue orecchie): "Comunque Mussolini ha fatto tante cose giuste"
Non solo ti impediscono la lettura, ma a quel punto vuoi proprio sbattere con forza la testa contro il finestrino.

Giù dal treno, come una ricompensa alle tue sofferenze, ti attende Stear a braccia aperte e con la barba fatta. Lo riempi di baci fino a che non ti adagia sul letto e fa di te un corpicino sospirante.

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L’appuntamento
Dopo una ventina di telefonate di accordi, disaccordi, raccordi (anulari), Ponzio ti viene a prendere in quel miracolo di brillante architettura littoria che è Piazza del Popolo: la piazza tonda, con la fontana tonda con la palla tonda nel centro. Tu gli vai incontro incastrando i tacchi tra i sampietrini.
Girando a destra e a manca sotto la pioggia incombente, Ponzio ti conduce in un localino delizioso e ultratrendy. Per tutto il percorso Latina si rivela deserta come Vicenza il lunedì sera. Il locale, invece, col passare delle ore si riempirà di gente.
Davanti a due Cosmopolitan vi aggiornate dei mesi trascorsi in fatto di lavoro, tempo libero, faccende sentimentali, conoscenze in comune, qualche aneddoto, il proprietario fetish1 della palestra che frequenta lui.
Quando vi portano via i bicchieri lui ti fa: "Vuoi bere qualcos’altro?"
Tu: "Meglio di no, che poi mi porti a casa in braccio".
Lui: "Ma no, dai, vuoi che andiamo da un’altra parte?"
Tu: "Non lo so. Tu cosa vuoi fare?"
Lui sembra pensarci un po’ su. Poi: "Stavo pensando… Ti va se andiamo a bere qualcosa a casa mia?"
Tu: "Vuoi mostrarmi la collezione di farfalle?"
Lui: "Perché, ti piacciono le farfalle?"
Ridete. Poi, lui: "Scusa, spiegamela un po’ meglio questa storia delle farfalle".
Tu: "Be’, è così che si dice no? Insomma, la collezione di farfalle, le stampe cinesi…"
Lui: "Le stampe cinesi le ho per davvero! Cioè, a dire il vero ne ho una"
Tu: "Non ti fai proprio mancare nulla, eh?"
Lui: "Perché, pensi che volessi ripetere la faccenda di Ponza?"
Tu: "Non lo so. Non so che intenzioni hai, non ti conosco abbastanza bene. Se quelle sono le tue intenzioni ti dico subito di no, ma se è per fare un giro, allora va bene".
Lui: "Non ti violento mica"
Tu: "Lo so bene. Ma ho voluto essere chiara da subito."
Lui: "Hai fatto bene. Non avevo nessuna intenzione."
Tu: "Ok. Allora se vuoi possiamo andare."
Lui: "E se invece facessimo un giro a guardare le vetrine?"

Così passeggiate sotto la pioggia ammirando le vetrine: sono belle davvero. Lui cammina davanti a te, mostrandoti il sedere più bello del litorale laziale. Tu chiudi gli occhi e pensi ad un altro sedere, a settecento chilometri di distanza. Ma Ponzio ha capito, non si avvicina a te se non per i baci della buonanotte, casti sulla guancia. Ridacchiate un po’, poi ti accompagna a casa.
Tu: "Grazie di tutto".
Lui: "Ma di che? Mi ha fatto un sacco piacere. Chiamami ancora quando torni, magari la prossima volta andiamo a Roma"

Epilogo
Era l’una e mezza quando sei tornata a casa e ti sei addormentata di botto, subito dopo aver infilato il pigiama. Credevi invero di aver fatto un discreto baccano rientrando, ma tuo padre dormiva della grossa e non ti ha sentita. Si è però svegliato alle quattro del mattino, temendo che tu fossi ancora fuori. La tua giacca non era appesa in corridoio perché te l’eri tolta in camera. Non ha notato le chiavi sul ripiano e le scarpe nell’angolo. Ti ha chiamata sul telefonino, che tu avevi giustamente spento. Allora quatto quatto è venuto a controllare in camera, ti ha vista, si è calmato.
Il giorno dopo. Tu: "Mi spiace che tu ti sia preoccupato".
Lui: "Eh. Accidenti a te".
Tu: "Ma io ero tornata ad un’ora decente!"
Lui: "Sìsì, ma io non ero mica tanto contento che tu uscissi, sai qui c’è gente balorda, io non lo conosco. E’  vero che non conosco neanche i tuoi amici di Milano… Però, sai, l’occasione fa l’uomo ladro!"
Tu: "Be’, ma lo conoscevo io!"
Lui: "Eh, ma magari ci eri uscita solo di giorno".
Seguono svariati punti di interrogativo nell’aria.

1 Informazione a uso e consumo del tuo lettore Metroicon.

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L’abbazia delle meraviglie
Quando ti alzi domenica mattina, dopo dodici ore di meritato sonno, che non sono riuscite ancora a cancellare le mostruose occhiachie che ti affliggono gli occhi, la prima domanda di tuo padre è: "Cosa vuoi fare oggi?"
Intanto, per prima cosa, separare le ciglia inferiori da quelle superiori, poi si vedrà.
Il tempo è incerto, potrebbe piovere, il vento scuote le chiome dei pini storici.
Sulla tovaglia della colazione è posato un depliant di un bellissimo giardino botanico della zona. Purtroppo chiuso.
"Ti va bene se andiamo a Fossanova? All’abbazia?"
Non ci sei mai stata. Ti va benissimo.
Alla gita si aggiungono la zia R. e suo marito, che si rivelerà l’autista spericolato della celeberrima auto storica di tuo padre.
Il borgo risulta difficile da recuperare, a causa dell’interruzione inopportuna sulla Appia dei pini. Chiedere informazioni, nella campagna sperduta, sulle strade bucherellate, ancora più difficile. Capire il dialetto dei locali, per te, addirittura impossibile. Comunque ci arrivate, nonostante le indicazioni truffaldine dei rari cartelli.
L’abbazia è bellissima. Gotico pulito, costruito nella dura pietra, un rosone perfetto, una completa assenza di affreschi e panche la rende nuda e accogliente, spirituale come i luoghi dello spirito ormai non sono più. Il chiostro di colonnine ritorte e intrecciate, bifore e alberi di limoni e di lillà, si profila armonioso come una poesia ottocentesca. Il refettorio, la sala consiliare, l’antica farmacia dove morì Tomaso d’Aquino, tutto è pietra pulita, affascinante, solida, senza fronzoli. Nitida. E’ così che deve essere.
Fuori dall’abbazia, il microborgo è ricoperto di glicini in fiore, che inondano l’aria col loro profumo violento. A fare gara, altrettanto violento, il profumo dell’attiguo biscottificio. Talmente tentatore che ti allontani verso casa con due sacchetti di biscotti. Alla faccia della dieta e della bilancia di tuo padre che, truffaldina, ti restituisce in cifre il peso della tua adolescenza.
Tu: "Zia, ti è piaciuto?"
Zia R.: "Mah. E’ tutta antichità!"

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Siparietti
Siparietto 1
Tu e il babbo andate in visita allo zio maggiore. Lo zio non ti vede da cinque anni, cinque, tu entri nella casa esordendo con: "Ciao zio! Che buon profumino!"
Lui, come se in realtà non ti vedesse da meno di cinque ore risponde: "Ciao. Ho fatto i carciofi, ma non sono buoni, ci ho messo troppo sale".
Così comincia la tiritera tra lui e tuo padre, che dice: "Eh, ti volevo proprio chiamare, stamattina, per dirti: non ci mettere sale nei carciofi"
Gironzoli per la casa di nonna, tutto è rimasto uguale a quando eri bambina: i mobili, i quadri, perfino l’orrendo Cristo di conchiglie. Di nuovo c’è solo l’enorme congelatore da ristorante.
Torni in cucina.
"Lo prendi un po’ di sugo coi gamberi?" propone lo zio. "Ce n’è un barattolo in frigo".
"Ma sarà tantissimo", si oppone tuo padre, "che ce ne facciamo?"
"Ma no, ce n’è anche un barattolo piccolo, guarda in frigo"
Guardi in frigo: ci sono due barili di vetro con il sugo. Resti interrogativa.
"In fondo", suggerisce lo zio.
"E’ questo?" Estrai dal frigorifero un barattolo contenente almeno un chilo di sugo. Tu e tuo padre scoppiate a ridere. Lo zio si offre di travasarne una parte in un barattolo più piccolo, cosa che fa pigiando a più non posso i gamberoni.
"Le vuoi un po’ di patate?" propone poi, indicando le patate arrosto ancora calde, che tu  hai già cominciato a piluccare.
Le patate e un po’ di pollo arrosto vengono travasate in un altro contenitore.
"Ma è troppo!", protesta tuo padre, ritravasando il tutto nel contenitore iniziale. Vanno avanti così, cinque minuti buoni, a travasare pollo e patate da un pentolino all’altro, come l’acqua della temperanza. Suona il citofono.

Siparietto 2
Alla porta ci sono la vicina di destra e quella di sinistra, le stesse di quando eri bambina. Anche le targhe sulle porte sono identiche. Un tuffo nella memoria.
"Scusate, sa", dice una, "ma è Lise, quella che ho visto dalla finestra?"
Sorridi. Sei Lise, sì.
"Oh, mamma! Sei rimasta identica, identica! Ti ricordi, quando eri bambina? Venivi sempre a casa mia a giocare coi pentolini". Sorridi. No che non ricordi. Avevi quattro anni e ti sembra impossibile essere rimasta identica.
Il siparietto prosegue allo stesso modo per altri dieci minuti, senza che le battute dei vari personaggi cambino.

Siparietto 3
Tu e tuo padre andate a trovare la zia A. Suonate il citofono.
"Sono io", annuncia tuo padre.
"Sei solo?" si informa tua zia. Vieni solo, non avvisare la polizia, lascia i soldi sotto la grande quercia.
"No", avverti tu squillante.
Tua zia viene ad aprire la porta. Non ti dice Ciao. Dice: "Ohmmioddio, come assomigli a tua madre! Uguale, sei uguale!"
Questa unica affermazione viene ripetuta con cadenza regolare per tutta la durata del siparietto. Altre amenità riguardano aneddoti della tua infanzia che tu non riesci assolutamente a ricordare.

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Il viaggio d’andata
Il viaggio d’andata comincia con una sveglia che suona alle sei contro le tue maledizioni vodoo. Un caffè con la Fulvia che ti consegna un golfino supermodaiolo e dentro il sacchetto, come in ogni suo copione, c’è una tavoletta di cioccolato con le nocciole intere.
Ti crogioli nel tanto dormo sul treno, ma a Rogoredo (ma da quando in qua l’Eurostar si ferma a Rogoredo?) sale una comitiva di ragazzine e due mamme con un nugolo di figlioletti in età prescolare. Puoi dire addio al meritato riposo sugli scomodi sedili.
Il tempo vigile si divide tra le occhiate al paesaggio verde coi suoi primi papaveri e la lettura di Lolita (sublime), mentre i bimbetti dietro di te schiamazzano felici. I venticinque minuti di ritardo dell’Eurostar e l’imbranataggine della tizia alla biglietteria automatica ti fanno perdere due coincidenze e sei costretta a passare un’ora e mezza tra le vetrine di stazione Termini. E cara grazia.
Quando arrivi a Latina potresti addentare i sedili della stazione dalla fame. Chi l’ha vista sa di cosa parli. Un po’ di sole ti illude.

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